Posts Tagged ‘parole’

Forma

E’ una piccola cosa e forse sto esagerando, lo ammetto. Però ricevere un’email da un autore (con cui hai già collaborato) e che si rivolge a te con un “Gentile signora Catriona Potts”  mentre, sotto, nella stessa email, si rivolge all’”Egregio dottor Eriberto Eriberti” lo trovo un segno sgradevole. E non soltanto perché, nell’editoria, secondo le ultime stime, il 36% dei ruoli di responsabilità è affidato alle donne (sempre poche, tuttavia rispetto ad altri settori è un risultato notevole), quindi – come dire? – fattene una ragione. Ma soprattutto perché quella “disparità di trattamento” mi dice di più su di te delle trecento pagine che mi hai appena consegnato.
Ripeto: forse esagero ma, se si vive di parole, credo che sia necessario stare sempre attenti a come usarle.

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23

02 2009

Battuta di caccia

Fase 1: avvicinamento Entrare nell’ufficio della preda con passo sicuro e sorriso aperto, ma celando la borsa, e sedersi. Gratificare istantaneamente la preda esclamando “Oh, avevo proprio voglia di vederti!” oppure “Sempre elegantissima, eh?”
Fase 2: circuizione Chiacchierare con brio, avendo cura di inserire nel discorso frasi del tipo “Ma adesso parlami di te” oppure “Ti invidio proprio tanto, fai un lavoro bellissimo!” Nel contempo, spostare in grembo la borsa e aprirla leggermente.
Fase 3a: primo colpo Approfittare di una pausa per far crescere il silenzio fin quasi al disagio. Poi sospirare: “Sentiiiii… Un amico mi tormeeeeeenta da meeeesi perché ti porti questa… cosaaaa….” [n.b. Le vocali lunghe sono importantissime per rinsaldare l'illusione della solidarietà con la preda] quindi, con un unico gesto fluido, estrarre dalla borsa il manoscritto e lanciarlo con eleganza alla preda. Stare ben attenti a non far cadere la borsa, dato che ormai pesa 2,7 chili in meno.
Fase 3b: secondo colpo Assumere un’aria afflitta e improvvisare, secondo le proprie inclinazioni teatrali, su uno dei seguenti canovacci: “Gli ho detto che sei sempre impegnatissima, ma…” “Basta che gli dai un’occhiata” “Io non l’ho letto, però…” “Be’, potrebbe anche essere interessante” “Lui, l’autore, è un mostro di cultura, comunque…” eccetera. Poi abbassare la voce di parecchi toni e concludere con: “[...] in tempi brevi.”
Fase 4: fuga Alzarsi di scatto, slanciarsi contro la preda per abbracciarla, dichiarare con fermezza: “Ma perché ci vediamo così poco? Uno di questi giorni vieni a cena da me, capito? Promettimelo!” e piroettare via, lasciando la preda alla sua ferale solitudine. E soprattutto all’ormai suo manoscritto Pipino il Lungo. Storia di un’ossessione non solo maschile.

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20

02 2009

Salvavita

Quando annaspo / arranco / esito / mi attorciglio / annaspo / mi avvito, attivo il salvavita:

    soggetto+verbo+oggetto

Ho visto troppi scrittori imbrigliati in frasi che, se avessero rispettato questa regola, sarebbero state più chiare, più espressive, più efficaci. Per tutti e non solo per pochi.
E’ così difficile liberarsi della convinzione “più è meglio”?

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18

02 2009

Succede

Succede di pubblicare libri che non si amano…
Fermi tutti.
Ricomincio.
Mi succede di pubblicare libri che non amo. Non ho detto “brutti” (anche se talvolta… vabbè); ho detto semplicemente che non li amo. Le prime volte ho masticato amaro, ma poi, col tempo, ho imparato che questa è una cosa molto salutare. In questo mestiere, è troppo facile scivolare nell’autocompiacimento o seguire le mode o assecondare i propri gusti.
Però mai e poi mai, di un libro che non ho amato e che poi magari ha venduto un quadriliardo di copie, ho detto oppure dirò: “Ci ho creduto fin dall’inizio”.
Invece c’è qualcuno che lo dice.
E rovina tutto.

P.S. Lo so, sono criptica. Sto facendo uso pubblico del pensiero privato. Go ahead. Sue me.

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16

02 2009

Per contratto

Ci sono giorni in cui mi sento come un autore il cui nome in copertina deve essere scritto – per contratto – in corpo 8. E deve anche essere scritto – per contratto – sotto il nome di un altro autore. Che deve essere scritto – per contratto – in corpo 72.
E, come se non bastasse, l’autore con il nome scritto in corpo 72 è già morto.
Da un sacco di tempo.

P.S. Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself.

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13

02 2009

Soddisfazioni

Quando l’autore ti boccia l’ultima (l’ennesima) proposta di copertina e dice: “Voglio quella “. Cioè quella che tu hai bollato con un: “‘E’ la cosa più brutta e meno efficace che abbia visto in vita mia”.

Quando un giornalista, per radio, riesce a sbagliare il nome dell’autore, il titolo del libro e non dice neanche per quale CE quel libro è uscito. Ovviamente la CE è la tua.

Quando vedi riportata letteralmente in due, tre, cinque giornali la bandella che hai scritto. Titolo della rubrica: “Libri – Il nostro parere”. Segue firma.

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11

02 2009

Resoconto stenografico

VERONESI (PD).  Signor Presidente, cari colleghi, in questi mesi, come è mia abitudine, ho molto ascoltato. Ma oggi mi sento moralmente in dovere di prendere la parola. Vi parlo per ciò che sono io, per quello che rappresento per i cittadini: un medico, un uomo di scienza che, per più di cinquant’anni, è stato vicino ai malati di cancro (che ha aiutato a guarire e a vivere a lungo, molto a lungo), ma vicino anche alla sofferenza, al dolore, alla morte.
Per questo da molti anni ho lanciato il movimento per il testamento biologico e, su questo argomento, ho scritto quattro libri (non uno, ma quattro libri), per un totale di duemila pagine. Perché il tema è complesso, è difficile, è delicato. Per questo sono sconvolto oggi.
Sono sconvolto dalla singolare, direi assurda, procedura cui stiamo assistendo. Una legge dello Stato, che riguarda la libertà individuale (Applausi dal Gruppo PD), verrebbe sbrigativamente decisa sull’onda delle emozioni sollevate da un caso mediatico. Perché questo è il caso di Eluana: un caso mediatico. Perché non ha nulla di diverso, dal punto di vista scientifico e umano, da altri centinaia di casi di coma vegetativo permanente nel nostro Paese, di cui nessuno si occupa. Dietro a una legge emanata per Eluana non ci sarebbe, dunque, né logica, né razionalità, ma essenzialmente un’onda emotiva, che per sua natura è passeggera e, soprattutto, è una cattiva consigliera.
Non c’è dubbio che il caso di Eluana sia stato accompagnato da una pessima informazione. (Applausi dal Gruppo PD). Ma questo non è un alibi per evitare di affrontare lucidamente il problema. Si tratta di un problema di civiltà, che riguarda l’invasione della tecnologia medica nella vita umana. Mi trovo d’accordo con il filosofo cattolico, cattolicissimo, Giovanni Reale, quando vede nel caso di Eluana ‑ sono sue parole ‑ un abuso da parte di una civiltà tecnologica che vuole sostituirsi alla natura.
Quando avverte che si è perduta la saggezza della giusta misura e la Chiesa e il Governo sono vittime di questo paradigma dominante, che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura e, infine, quando cita Papa Wojtyla, che, rispondendo ai medici che gli offrivano di continuare a curarlo, disse: «Lasciatemi tornare alla casa del Padre».
Vedete, mantenere insieme un complesso di organi e cellule in una vita artificiale è un atto contro natura: oggi, tecnologicamente la medicina è in grado di mantenere in stato vegetativo un corpo senza attività cerebrali quasi all’infinito, ma il fatto che lo si possa fare tecnicamente, non significa che lo si debba fare eticamente.
Penso sia una mostruosità e come me la pensano migliaia e migliaia di cittadini, terrorizzati dalla prevaricazione violenta della medicina tecnologica nella propria vita. Lo dico da uomo di scienza: la tecnologia non ha limiti in sé e se noi, la società e le sue istituzioni non ci impegniamo a tracciare questi limiti rispetto alla vita dell’uomo, chi mai lo potrà fare?
Conosco bene la normativa italiana sul diritto di cura, perché ogni giorno la applico e la vivo insieme ai miei medici e ai miei malati: la nostra legge garantisce la possibilità di rifiutare ogni trattamento, anche di semplice sostegno, come le trasfusioni di sangue e la nutrizione artificiale; abolire questo dritto sarebbe un atto molto grave, che minaccia alle radici il principio di libertà individuale, base irrinunciabile delle democrazie moderne. Voglio pertanto fare un appello alla ragione e alla coscienza di tutti noi e di tutti voi, in quanti membri del Senato, vale a dire di questa Camera alta, di questa istituzione a cui la gente guarda come un punto fermo nella confusione dei momenti di crisi: il nostro ruolo è di analizzare le situazioni più difficili con lucidità e saggezza e dare pareri obiettivi e lungimiranti. Ecco, credo sia nostro dovere, come senatori, guardare più in là dell’oggi e anche del domani e pensare anche alle conseguenze future delle nostre decisioni.
Vi chiedo, dunque, di fermarvi, di riflettere, di meditare e di non votare una legge in palese contrasto con i diritti garantiti dalla Costituzione e, soprattutto, in conflitto con se stessa. Il movimento sul testamento biologico, infatti, è nato solo ed esclusivamente – lo sottolineo – per garantire ai cittadini di poter rifiutare quella condizione assurda ed inumana di una vita artificiale che può protrarsi per decenni priva di coscienza e di attività cerebrale.
Bene, al contrario, questo provvedimento imporrebbe a tutti per legge proprio questa fine terribile e innaturale. (Vivissimi applausi dai senatori dei Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-Aut, che si levano in piedi. Moltissime congratulazioni).

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 145 del 09/02/2009

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09

02 2009

Consulti e giudizi

Dopo laboriosi consulti con psicoterapeuti di scuola sia freudiana che junghiana, sono finalmente arrivata a capire la radice profonda del mio insano slancio per i provini di X Factor e la mia relativa indifferenza nei confronti della trasmissione “principale”: io vorrei fare esattamente quello che fanno loro (cioè la triade dei giudici), ma con gli “scrittori emergenti” che esamino tutti i giorni. Così, diretta, senza censura, senza arzigogoli di cortesia.

    “Ma ti rendi conto che non sai neppure le più elementari norme grammaticali?”
    “Qualche elemento della storia potrebbe anche andar bene, ma la forma è irrimediabile.”
    “Se c’è una cosa che non sopporto sono gli scimmiottamenti. Per di più malfatti.”
    “Dai, su, non prendiamoci in giro. Arrivederci.”
    “Hai uno stile piatto, piatto, piatto, che non mi dà nessuna emozione. Ma proprio nessuna, nessuna, nessuna, eh? No, no, no.” (immedesimazione con la Ventura)
    “Ci sarebbe anche un aspetto positivo, che poi è il tuo slancio intrinseco a costruire una storia, ma hai imboccato una strada tortuosamente assurda che ti induce a esagerare inconsapevolmente evitando la potenzialità di essere contraddetto. Mi fai venire in mente l’Eneide nella versione di Alfieri, nel punto in cui dice: ‘Mentre ciò dice Ilionéo, dimessa la faccia tiene, immobilmente al suolo fitta, il Latino Re’…” (immedesimazione con Morgan)
    “Il pubblico boccerebbe senza pietà la tua proposta. ” (immedesimazione con la Maionchi)

Ma soprattutto:

    “Non sei pronto. E probabilmente non lo sarai mai.”

E il fantastico, definitivo:

    “Per me è un no.”

PS A mia parziale giustificazione, segnalo il fatto che, in questo periodo, non dispongo di accesso a Sky. Confido tuttavia in un rapido miglioramento con l’arrivo della nuova parabola.

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09

02 2009

Una semplice richiesta

Scusa… Sì, dico a te che stai per cliccare invio. Oppure che stai per infilare il manoscritto nella busta.
Fermati, ti prego.
Prendi il tuo testo – apri il file, tiralo fuori dalla busta – e rileggilo.
Ma non per cercare l’ultima sbavatura temporale, non per scrivere un finale più convincente.
No.
Ascolta, lo so che ti sembrerà difficile, forse impossibile.
Ma devi farlo, se vuoi anche soltanto una vaga speranza.
Sei pronto?
Ecco: togli TUTTE le metafore. E magari pure le similitudini.
Poi rileggilo.
Come? Si capisce poco o niente? Riscrivilo. Senza barare, però. Senza usare metafore o similitudini.
Se proprio non ci riesci (ripeto: se proprio non ci riesci), mettine qualcuna. Poche, pochissime. Dopo averci pensato quindici giorni. Dopo essertele ripetute ad alta voce. Dopo esserti assicurato di non averle copiate da qualche grande della letteratura.
Perché, capisci, se io leggo:

    “La folla si aprì come una fetta di prosciutto recisa dal coltello del droghiere del destino.”

penso soltanto: ne uccide più la metafora della gola e della spada e probabilmente di una calibro 38 messe assieme.
E non vado oltre.

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05

02 2009

Una settimana

Facciamo così: per una settimana non scrivete. Lasciate cadere la penna o permettete alla polvere di accumularsi sulla tastiera. Per una settimana fate altro, tutti voi, italiani e stranieri, autori “già editi” o “emergenti”. Perché così proprio non va. Diciamo che sono gli effetti della crisi (tanto questa frase ormai va bene per qualsiasi cosa, compresa la subitanea comparsa di una verruca). Diciamo che, a causa della suddetta crisi, forse rimanete in casa la sera e non sapete cosa fare e vi mettete a scrivere. Ma, anche se non fosse colpa della crisi, è un fatto che ultimamente il livello delle proposte – di tutte le proposte – è  peggiorato. Di brutto. Gli stranieri non fanno che rimasticare generi e argomenti, fingendo di non accorgersi che stanno rimasticando strisce di cuoio. Gli italiani sono sempre più aggrappati a un albero (stento) in bilico su un precipizio (nero inchiostro) a strapiombo sul mare (del plagio). E le CE saranno pure fameliche – “C’è la crisi! Bisogna trovare il megabestseller! Pagandolo pochissimo!” -, ma non al punto di ingurgitare qualsiasi schifezza (piuttosto ruminano l’erba che hanno accumulato).
Farebbe bene a tutti, credetemi.
Senza contare che io avrei finalmente tempo di girare per saldi… scrivere qualche bella lettera ponderata. Di rifiuto, ovvio.

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03

02 2009

Come se

E’ che talvolta ti viene proprio voglia che vadano male i libri, cioè che non li legga nessuno. Perché, quando vanno bene, tutti – ma proprio tutti – si sentono in dovere di muovere delle critiche o al testo o alla copertina o alla bandella o a tutte queste cose insieme. E’ come se, non esercitando questo loro diritto, non possano essere ammessi alla festa del successo. E’ come se, così facendo, dimostrino di aver partecipato alla nascita del libro. E’ come se, grazie al loro contributo, il libro venisse osservato da un nuovo, imperdibile punto di vista.
Le critiche sono giuste e possono essere utili. Certe però (mi) fanno letteralmente imbufalire. Sono le critiche a-vocaliche (“Non mi è piaciuto.” “Perché? “Hmps…”), le critiche “io lo so e tu no”  (“Che ignorante! Come fa a dire che quello è un episodio della vita di Napoleone?” “Be’, veramente lo raccontano così lo studioso X, il testimone Y e una lettera autografa… come si dice nella bibliografia.”), le critiche “ragiono con tutto ma non con il cervello” (“Bah, il nome del protagonista è proprio orribile.”) e le critiche “stavo pensando ad altro” (“Però che finale stupido,  quando la moglie lo uccide…” “Guarda che non lo uccide lei, ma il cugino.”)
Mi sembra che Anatole France abbia detto: “I libri sono l’oppio dell’Occidente.” Chissà se aveva immaginato anche questi effetti collaterali…

P.S. Continuo a non avere tempo di commentare i commenti. Ma voi scrivete, perché io vi leggo. E’ questo che volete, no? :-)

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29

01 2009

Mrs Hyde e la dottoressa Jekyll

Si comincia sempre in punta di piedi: ci si guarda intorno, si spolvera qualche virgola, si dà giusto una sistemata a un verbo, si accetta quella metafora un po’ stridente (giustificazione per stranieri: “E’ così in originale”; giustificazione per italiani: “E’ il suo stile.”) Insomma si cerca di non sovrapporsi a un lavoro che, non c’è dubbio, è costato tempo e fatica.
E talvolta ci si muove così, leggeri e grati, fino in fondo.
Altre volte no.
In tal caso, la trasformazione inizia intorno a pagina 20, quando ormai il ritmo, lo stile, la forma sono stabiliti. Un piede comincia a battere, nervoso. Dalla bocca escono sbuffi poco rassicuranti. Gli occhi si sgranano. Le mani non stanno più ferme. Poi scende il silenzio, rotto da un ticchettio tanto inclemente quanto incessante: il punto di non ritorno.
E’ così che divento Mrs. Hyde: ingobbita, frenetica, rabbiosa. Ma solo esternamente, badate. Per fortuna, moltissimi autori e/o traduttori capiscono che, dentro, sono e rimango la dottoressa Jekyll, animata soltanto dal puro amore per il testo.
Alcuni lo capiscono soltanto dopo. Altri non lo capiscono affatto.
A me va bene tutto.
Temo soltanto che gli effetti della pozione, prima o poi, diventino irreversibili.
Secondo voi, si può schiattare per un congiuntivo sbagliato?

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28

01 2009

Talloni

Casa Potts, sera (facciamo anche notte, dai).
Si lavora.
Sposta la virgola, correggi il passato remoto in trapassato, attenta che c’è una ripetizione, gira la frase, aggiungi il soggetto, togli il possessivo, torna indietro a sistemare, vai avanti per vedere se regge, lima il periodo, raddrizza la cronologia, elimina l’obbrobrio, ’sto pezzo non sta in piedi, ma questa cosa l’ha già detta o me la sono immaginata?
Ho bisogno di una pausa.
TV.
Provini del GF, courtesy of Gialappa’s Band.

Esaminatore: “Qual è il tuo tallone d’Achille?”
Candidato 1: “Eh?” (Esaminatore: “Qual è il tuo tallone d’Achille?”) “Eh?”
Candidata 2: [sorride timidamente, si mette di profilo e alza il piede]
Candidato 3: “Sono un drago con le ragazze!”
Candidato 4: “Come?” (Esaminatore: “Qual è il tuo tallone d’Achille?”) “Il mio tallone d’Achille?” (Esaminatore: “Sì, il tuo punto debole…”) “Il mio punto debole è il mio tallone d’Achille?”
Candidato 5: [un silenzio lunghissimo]

Bastano pochi minuti per sentirsi drammaticamente inutili.

26

01 2009

Psichedelia

C’erano una volta la carta, i dattiloscritti, le penne, le matite, le gomme. Testi italiani o stranieri, traduzioni o prodotti autoctoni, tutto era concreto. Il segno era visibile, la correzione (giusta, sbagliata, inutile) brillava in tutta la sua evidenza.
Poi, un giorno, arrivò una traduzione. Fatta molto di fretta e da un incapace che, non contento di aver massacrato l’italiano, si era pure inventato di sana pianta la maggior parte dei termini tecnici. Fu così che il dattiloscritto diventò un’esplosione psichedelica di colori. Usai addirittura una penna viola disgustosamente profumata, dato che era l’unico modo per rendere leggibile l’ennesima correzione.
Arrivata a un terzo del libro, mi impuntai. C’era bisogno di un computer. E lo ottenni.
Da allora, la psichedelia è scomparsa. Frasi asmatiche riprendono fiato come se fossero state sempre sanissime. Maiuscole e minuscole si ordinano in un lampo, come ligi soldatini. Le bozze sono intaccate da qualche pigro segno a matita e poco più.
Mi manca la psichedelia? Niente affatto.
Però, quando leggo frasi del tipo: “La rianimarono anche se la donna era priva di polso”, per un istante mi viene voglia di riportarla in auge. Così da poter usare di nuovo la penna viola profumata e disgustare qualcun altro oltre a me.

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19

01 2009

Lanugine

Arriva per tutti, dopo un po’ di anni. E non è semplicemente quella sensazione da lanugine sotto il letto che ti coglie quando i nuovi arrivati ti incontrano sulle scale e ti dicono “Buongiorno, signora.” E’ più una sensazione da faldone un po’ ammuffito e con i legacci consunti. Oppure da floppy da 5¼ riemerso da dietro un cassetto, con l’etichetta “Testo-1″ che quasi si sbriciola.
Insomma è quella sensazione che ti investe nel momento in cui qualcuno entra nel tuo ufficio e dice “Scusa, Catriona, tu che sei un po’ la memoria storica della CE…”

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14

01 2009

Accessoria

Sarò ottimista. No, non lo sono, quindi molto più probabilmente sono scema. Perché mi lascio commuovere o, meglio, mi lascio “muovere”  troppo spesso alla lettura dei manoscritti arrivati via posta o via email invece di dar loro un’occhiata distratta. O forse talvolta sento più forte la minaccia della proverbiale imprevedibilità di questo lavoro, un’imprevedibilità così radicata da essere quasi noiosa.
Comunque.

“[...] scivolò con abbondante dolore [...]”
“[...] Era un progetto che arrideva a tutti. [...]
“[...] girovagai con aria accessoria [...]“

E mi fermo qui.
Cos’è successo? Quale tortuoso percorso hai imboccato, gentile (spero) signora che hai mandato il tuo romanzo? Dove hai preso queste espressioni? Possibile che la fatica quotidiana di esprimersi con efficacia sia stata ormai messa da parte perché, appunto, fatica? Stiamo dissolvendo anche quelle banali, umili, ma in fondo utili, coppie sostantivo+aggettivo che abbiamo imparato fin dalla più tenera età?
Però forse hai ragione tu. E io sto semplicemente invecchiando, dunque mi sto sclerotizzando.
Se è così, temo che nel mio futuro mi ritroverò spesso a girovagare con aria accessoria.

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11

01 2009

Illuminazioni

By the age of five, children have acquired 85 per cent of the language they will have as adults.

Presa da qui, la cosa sembra confermata, per esempio, anche dall’Hearing and Speech Agency.
Adesso capisco molte cose.

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08

01 2009

Indicativo futuro

Sarò più tollerante con chi lascia un refuso abnorme dopo la terza lettura di un testo di venti righe.
Sarò più clemente con chi mi spedisce un manoscritto di genere “misto giallo-thrilling-misteri-suspence”.
Sarò più buona con l’autore che mi manda la versione “DEFINITIVA” del suo libro due giorni dopo avermi mandato quella “definitiva”.
Sarò più paziente con l’autore che mi vorrebbe al lavoro sul suo testo benché sappia che sto così male da non riuscire neppure a usare correttamente il congiuntivo.
Sarò più mite con il traduttore che mi consegna il lavoro in ritardo di un mese senza avvertirmi e dopo essersi reso irreperibile nel suddetto mese.
Ma ai buoni propositi di inizio anno non ci crede nessuno.
Quindi temo (?) che sarò la solita.

stormynight

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05

01 2009

Ritenta

Già è difficile dire quello che si fa. Figuriamoci poi, nel mio mestiere, trovarsi a dire quello che non si fa.
Almeno, però, chiedimi direttamente cosa faccio, ammetti che non lo sai, invece di annaspare.
No, non scrivo libri (ti ho detto che sono un autore?)
No, non li impagino (ti ho detto che sono un impaginatore?)
No, non correggo le bozze con la matita rossa e blu (per quanto…)
No, non disegno le copertine (per quanto…)
No, non stampo libri (ti ho detto che sono uno stampatore?)
No, non li vendo (ti ho detto che sono un libraio?)
Pausa.
L’interlocutore è comunque troppo educato per andare al di là di uno sgranamento di occhi in cui passa in sovrimpressione la domanda: “Ma allora che diamine fai?”
Così lo anticipo. “Accompagno il libro da quando viene ideato fino al suo arrivo in libreria.”
“Sei una specie di baby-sitter, allora. Oppure…” Si illumina, ridacchia, ride. “O, se l’autore è un cane, di dog-sitter!”
Non credo che sarà l’inizio di una bella amicizia.

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15

12 2008

Rettili

Il refuso è molesto. È un rettile (Lacerta paginae) che striscia sulla carta e morde a casaccio le lettere, rovinandole. Certe volte (copertina, documenti ufficiali, lettere di presentazione, curriculum…), il suo morso è particolarmente fastidioso e richiede cure immediate, spesso dolorose. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi, non bisogna dargli troppa importanza, perché il senso del testo rimane comprensibile. È un apostrofo rosso messo tra le parole un’altro. Sbagliato, sì. Brutto, sì. Ma ci impedisce di capire cosa si sta dicendo? No.
Com’è nella natura della natura, inoltre, esistono anche i predatori di refusi, i correttori di bozze. Che ogni tanto si lasciano sfuggire la preda. E non soltanto perché i libri si fanno in tempi più stretti rispetto al passato, ma perché è naturale che qualcosa sfugga, anche al loro occhio allenato. Non è possibile mantenere lo stesso livello di attenzione per tre-quattrocento pagine o anche più. Lo sanno tutti quelli che hanno davvero a che fare con i testi, che li lavorano (dall’autore all’editor, dal traduttore al correttore). È facile sostenere: “Io vedo tutti i refusi.” Messi alla prova, questi millantatori sono ben presto costretti a rifugiarsi nelle loro tane, a leccarsi in silenzio le ferite.
Non mi indigno per un refuso. Mi secco, cerco di evitarlo. Ma devo ancora trovare un libro uscito indenne dall’attacco di una Lacerta paginae.
Mi indigno invece per un altro rettile, la Vipera absurdi, che avvelena la comprensione. Che, per esempio, mi costringe a rileggere un intero capitolo di un romanzo perché i tempi verbali sono messi così a casaccio da impedirmi di capire la corretta successione degli eventi. O che mi mette davanti frasi di questo tipo: “L’aria astiosa del suo viso si contrasse, agonizzata”.
E qui non c’è siero che mi salvi dallo sconforto.

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04

12 2008

La domanda

Catriona: “Grazie, sono lusingata che tu lo abbia pensato. Ma lo escludo.”
Autore: “E perché mai?”
Catriona: “In primo luogo, non ho idee.”
Autore: “Ma come, con tutto quello che leggi?”
Catriona: “Appunto. Troppe vicende, troppi personaggi, troppi stimoli… E poi, non ho la voce.”
Autore: “Cioè?”
Catriona: “Anni e anni a sistemare, raddrizzare, correggere. Ogni volta diventi quell’autore, quello stile o almeno ci provi. Cambi, ti adatti, non hai il diritto di essere te stessa. O, meglio, rimani te stessa, ma non sei mai in primo piano, non parli mai con la tua voce.”
Autore: “Però sai quello che vende, potresti…”
Catriona: “No, non lo so. Magari lo sapessi. In realtà, non lo sa nessuno. E il fatto di ‘vendere’ è un altro ostacolo. Anche qui, anni e anni di pitch hanno lasciato il segno. Anzi ne hanno lasciati parecchi e assai confusi.”
Autore: “Ma non ti viene mai voglia?”
Catriona: “Mah, ogni tanto. Poi passa. Magari, quando mi sarò disintossicata da questo lavoro…”

L’autore ridacchia. So che non me l’ha chiesto soltanto per farmi un complimento, che era (abbastanza) sincero. Tuttavia la mia risposta alla domanda: “Ma perché non scrivi tu un romanzo?” è sempre stata e sempre sarà questa.

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01

12 2008

Notes to myself

Se ti ricapitasse di passare quattordici ore filate in compagnia di un autore (e del suo testo) – e ti ricapiterà, oh, se ti ricapiterà – ricordati che:
1) Puoi anche correggere a tappeto, ma ci sono certe orribili fissazioni stilistiche che non devi neppure sfiorare con la freccetta del mouse e men che meno pensare di cambiare. Fattene una ragione.
2) Il senso dell’ironia è molto soggettivo. Nel caso di molti autori, poi, è anche molto basso. Trattieniti.
3) Devi essere in grado di cogliere tutti i suoi riferimenti, da Genis-Vell a Levinas, da Croce a Rubicondi. Pena: una faticosissima risalita sulla montagna della sua stima nei tuoi confronti.
4) Qualsiasi modifica necessaria tu proponga, riceverai, in successione, le seguenti risposte:
a) No.
b) Non mi convince.
c) Non mi piace.
d) Ci avevo già pensato.
Il tuo compito è far passare l’autore dalla risposta a) alla risposta d) nel minor tempo possibile. Allenati.

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28

11 2008

Della perduta arte

Quando si parla delle cose imparate a scuola, c’è sempre qualche giovane virgulto che esclama: “Che me ne faccio, nella vita, delle equazioni parametriche?” “Perché mai dovrei ricordarmi le coltivazioni principali del Burkina Faso?”[1] “E una volta che so quando Cesare ha fatto la campagna di Lerida, cosa me ne viene in tasca?”
Si possono dare risposte semplici o complesse, convincenti o incerte.
Ma c’è (almeno) una cosa che s’impara a scuola e la cui utilità dovrebbe risultare ovvia, lampante, gloriosa.
Il riassunto.
L’umile, onnipresente riassunto. Che ci hanno imposto in tutte le sue forme: “Esponi la trama dei Promessi sposi in dieci righe”, “Descrivi cosa succede nel canto V dell’Inferno”, “Tratteggia le vicende che portarono Napoleone a diventare imperatore” eccetera.
Ne abbiamo fatti tanti, tantissimi, sbuffando e faticando.
E ne facciamo ancora, tutti i giorni, raccontando un film, un incontro, una vacanza…
Ma, se si arriva al riassunto scritto, allora sembra che anni e anni di sintesi, di compendi, di epitomi e di riepiloghi siano stati tristemente inutili.
Ho a che fare con riassunti ogni giorno. Perché non posso leggere tutto quello che mi arriva, dunque ho bisogno che qualcun altro mi dica di cosa parla un certo libro. In una-due paginette di riassunto. Perché – ribadisco – quel libro io non l’ho letto.
Invece arrivano riassunti di quindici pagine, in cui ogni sospiro del protagonista viene riportato con precisione maniacale. Oppure riassunti di poche righe, in cui la frase più pregnante è: “Un giallo con un investigatore americano che indaga su un omicidio” (evidentemente è l’”americano” che dovrebbe fare la differenza). O riassunti in cui il finale non viene spiegato (per il timore di rovinarmi le sorprese nascoste in un libro che non ho letto). O riassunti che ripercorrono ogni azione nel modo esatto in cui l’autore l’ha scritta, anche se la storia si svolge su quattro piani temporali che s’intersecano continuamente.
Molte sono le arti perdute, ma quella del riassunto è quella che mi manca più spesso.

[1] “Millet, sorghum, rice, peanuts and cotton.” (The West Wing, stagione 2, The Drop-in)

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26

11 2008

Emergente

Grazie al satellite, è facile imbattersi in inchieste televisive realizzate negli anni Sessanta-Settanta. Ciò che mi colpisce ogni volta è che, da quelle interviste, emerge spesso un’Italia corretta. Un’Italia che magari esita, che ha bisogno di tempo per tirare fuori un congiuntivo o per costruire una frase compiuta, ma che alla fine ci riesce. Con un’economia espressiva talvolta ammirevole.
Non ho bisogno di raccontarvi nei dettagli né il tono né la forma delle interviste di oggi, né di dirvi che un certo modello televisivo ha sclerotizzato la capacità espressiva di molte persone, che si limitano a sciorinare frasi a effetto o a replicare formule sentite chissà dove e quando, senza badare troppo alla forma. E spesso con una tale disinvoltura da far quasi dimenticare la vacuità delle loro affermazioni, una vacuità peraltro utilissima, perché consente di sviluppare il discorso all’infinito (ma questa è un’altra storia).
Mi sento invece di dirvi che tale inconsistenza espressiva sta diventando sempre più palpabile anche nei testi italiani che ricevo. Addirittura nella presentazione. Pochissimi ormai scrivono: “Sono un esordiente” oppure: “Vi mando il mio primo romanzo”. No, l’attuale formula magica è: “Sono un autore emergente”. Ma emergente da cosa? mi viene sempre da pensare. Da quale ipotetico mare, da quale supposto abisso? Sono fissata, lo so. E dovete pure credermi sulla fiducia se vi dico che i testi degli “emergenti” sono quelli più densi di cliché, più incerti, più derivativi, più mariadefilippiani, più lucignoliani.
Si stava meglio quando si stava peggio? Certo che no. La televisione è il nemico? Ovviamente no. Però tu, caro “autore emergente”, non potresti guardarti alle spalle e renderti conto che forse, prima di emergere, bisogna tuffarsi, sprofondare, annegare in qualcosa che rispecchia davvero la tua interiorità e non soltanto il suo riflesso deformato?

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24

11 2008

Barche contro corrente

Buffo mestiere, quello di chi lavora in una CE. Tra l’acquisto di un libro e la sua pubblicazione possono passare anche un anno e mezzo, due anni (e, per alcuni libri, pure di più). Diciotto-ventiquattro mesi: ecco il tempo in cui sei stato accanto a quelle pagine, a quelle idee, a quella ispirazione; in cui hai discusso, corretto, approvato; in cui hai promosso, spinto, esaltato. Anche il lancio di un nuovo modello di lavatrice prende tempi lunghi, ma l’oggetto finale è “unico”, inequivocabile. Il libro, invece, è tutt’altro che unico e certamente non è inequivocabile. Buffo mestiere, quello che ti chiede di scegliere adesso il campo futuro in cui l’immaginazione si dovrà confrontare con la realtà – o la realtà con se stessa – senza neppure darti la possibilità di stuzzicarla, quell’immaginazione (avete mai visto una campagna pubblicitaria per un libro che fosse anche solo vagamente paragonabile a quella per certi film?), e senza sapere come sarà la realtà.
È per questo che molti trovano faticoso leggere? Perché il libro è un oggetto carico di una (breve o lunga) storia/Storia e visionario nel contempo?
“Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.” Come al solito, difficile dirlo meglio di Fitzgerald.

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21

11 2008

Bozza

Benvenuti alla 23454a puntata del nostro corso Perché [email protected]! scrivere?
Oggi trattiamo una cosa importantissima, che a quanto pare non vi è ancora entrata nella zucca ben chiara: l’insicurezza.
Ne parlo perché è una piaga caratteristica della stragrande maggioranza degli scritti che mi trovo a esaminare. Inconsapevole delle Ancora incerto nel gestire le più elementari efficaci strutture narrative, l’autore esordiente sembra troppo spesso convinto che la semplice ridondanza di elementi caratterizzanti (dai tratti somatici del protagonista ai suoi tic linguistici; dalle condizioni atmosferiche alle sensazioni psicologiche) costituisca, di per sé, un tratto stilistico di grande presa sul povero lettore. Abbiamo così romanzi in cui splende costantemente un sole “abbagliante” (73 ripetizioni su 240 pagine) personaggi che “si lanciano all’inseguimento” (52/180), brividi che corrono lungo molteplici schiene (103/380) eccetera.
Tutto ciò evidentemente nasce da una forma radicata d’incapacità d’insicurezza, di giustificata scarsa fiducia nei propri mezzi espressivi. Se si mira a un protagonista “tenebroso”, non si raggiunge lo scopo evidenziando a ogni piè sospinto che ha occhi “scuri e profondi” e poi facendolo agire come un deficiente in modo incredibilmente goffo.
Per fortuna, c’è un rimedio a questa insicurezza. Smettere di scrivere. Ed è un rimedio che voi ben conoscete, perché ne abbiamo parlato fino alla nausea molto spesso durante il nostro corso: leggere. Leggere molto e di tutto, scoprire come altri veri autori hanno affrontato e risolto il problema. Magari per imitarli prima e per superarli poi.
Non che abbia qualche speranza, eh? Ma almeno si limitano i danni…
Grazie e alla prossima.

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17

11 2008

Aspetta, aspetta

[pagina 5]

  • citazione [colta]
  • citazione [camp]
  • citazione [oscuro poeta del XVIII secolo]

[pagina 6]

  • dedica ["A mia cugina"]

[pagina 7]

  • brano evocativo [in corsivo - autore ignoto]

[pagina 8]

  • citazione [canzone rock - 1969]
  • citazione [canzone pop - 1982]
  • citazione [canzone rock (italiana) - 2001]

[pagine 9-11]

  • Ringraziamenti

[pagina 12]

  • “… e a Ciccipucci per tutto.”

Per tutti i fucili di Hemingway, ma lo vuoi cominciare, ’sto libro, oppure no?

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03

11 2008

Con parole tue

Con la scuola non c’entro più da molto tempo (benché anche lì sia stata spesso a un “secondo piano”. Vedi un po’ il destino).
Mi occupo di parole. Della loro chiarezza, del loro essere adatte al contesto in cui appaiono e soprattutto del loro significato.
Perciò, se leggo un testo, mi chiedo anzitutto: “Cosa vuol dire?”
Vediamo:

Nell’ambito degli obiettivi di contenimento di cui all’articolo 64 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nei regolamenti di cui al relativo comma 4 è ulteriormente previsto che le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di ventiquattro ore settimanali. Nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola.

E interpreto così:

“In seguito a una legge che parla di tagli del 17 per cento del personale della scuola, ogni classe elementare sarà affidata a un unico insegnante, che assicurerà 24 ore settimanali. Il resto sarà gestito dalla singola scuola.”

E sintetizzo:

Meno soldi, meno insegnanti, meno tempo. A meno che non abbiate i soldi.

C’è qualcosa di difendibile in questo?
Non credo.

N.d.R. Lo so, la sto facendo semplice, parziale, affrettata e banale. Perdonatemi: è soltanto un piccolo sfogo.

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30

10 2008

Barzellette, certezze, accozzaglie

La cronaca della mia serata notte di lettura potrebbe essere l’inizio di una barzelletta scema: “C’erano un inglese, un francese e un americano…” Per la cronaca, il paracadute non si è aperto per nessuno.

Fino a ieri, avevo la certezza che, tra i manoscritti arrivati sulla mia scrivania in questo periodo, non ce ne fosse nessuno di un possibile Premio Nobel. Oggi non ne sono più così sicura. Mi sa che s’impone un repêchage.

Chissà come, ho mischiato i fogli di due manoscritti. E non me ne sono accorta se non dopo qualche pagina. Se qualcuno, in quel preciso istante, mi avesse chiesto: “Cosa leggi?”, probabilmente gli avrei risposto con la massima serietà: “Una cosa di suore de menare“.

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10

10 2008

Overdose

E’ che le storie ti consumano. Perché non riesci a leggerle senza usare una parte di te, fosse pure una manciata di pensieri distratti. Perché spostano qualcosa nella tua testa, come quei giochi a blocchetti mobili che, a un certo punto, ti viene l’impulso di smontare brutalmente. Perché anche le peggiori – anche quelle che hai buttato via a pagina 12 – hanno frantumato una scheggia di immaginazione non soltanto nell’autore, ma pure in chi le ha lette, lasciandosi dietro un pulviscolo che è impossibile spazzar via del tutto. Non importa se alla fine le confondi o le dimentichi. La sensazione che qualcosa sia andato perduto per sempre non te la scrolli di dosso.

Scusate: effetti nefasti dell’overdose di manoscritti di questi giorni.

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09

10 2008

Drammi

Lo so bene che la letteratura si nutre di drammi. Non esiste storia se non ci sono un cambiamento, una modifica, un rito di passaggio. Ma, soprattutto in questo periodo di flusso annegante di manoscritti, gli effetti rischiano di essere più drammatici per chi legge che per chi scrive (o ha scritto).

A: “Hai letto quello di Charlie Charles?”
B: “Qual è? Quello del tizio con il delirium tremens?”
A: “No, è quello della donna che perde le braccia in un incidente, ma ritrova se stessa… Un momento, io quello del delirium tremens non l’ho letto… com’è?”
B: “Mah, abbastanza scontato, direi. Alcol, visioni, incubi… non molto esaltante. Mentre la donna senza braccia non sembra male.”
A: “All’inizio sì, poi però diventa prevedibile. Insomma, ti puoi immaginare tutto, no? Invece quello dell’uomo che perde l’intera famiglia, nonna compresa, in un naufragio mi sta prendendo.”
B: “Io ho fatto un libro su un naufragio l’anno scorso ed è andato da schifo. Eppure morivano i più antipatici e c’era un bello slancio d’identificazione.”
A: “Ma anche qui si piange un sacco… Pensa che lui, il sopravvissuto, scopre poco dopo di avere una forma rarissima di cirrosi che…”
B: “Scusa, ma sei sicura che non abbia anche il delirium tremens?”
A: “Mah, forse. A me, a colpirmi, è stata la cirrosi…”

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01

10 2008

Te la sei voluta, però

Sarà la fretta, sarà l’incapacità di usare il computer, sarà la superficialità.
Fatto sta che sono sempre più numerosi i manoscritti stranieri che arrivano senza che i commenti e le revisioni siano stati accettati e/o nascosti.
La parte crudele del mio cervello (peraltro assai sviluppata) non resiste.
Scopro così editor palesemente insofferenti a questo o a quel personaggio, annotatori gentili (“Potresti, per favore, cambiare…”) o brutali (“Taglia da qui fino alla fine del paragrafo. E’ assurdo.”), perplessità forse irrisolte o irrisolvibili (“Non capisco di cosa sta parlando questo tizio”), fili sospesi e chissà se riannodati (“Ma questo episodio ha un peso, dopo?”).
Strana situazione davvero, perché un po’ mi identifico e un po’ mi sento un voyeur.
Ma soprattutto, se rifiuto il libro, mi sembra che la mia decisione sia più giustificata. E, a quell’editor “distratto”, mi verrebbe proprio da dire: “Sì, forse non ho capito la grandezza del tuo autore. E nemmeno la tua. Un po’ te la sei voluta, però.”

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29

09 2008

Oracoli e madonne

Ricordate come, al liceo, davanti a una versione particolarmente ostica, si cercavano le parole sul Georges-Calonghi (o sul Castiglioni-Mariotti) nella palpitante speranza di trovare proprio quella maledetta frase che sembrava senza senso? Ecco: è lo stesso approccio che vedo talvolta adottare dalle persone che mi circondano quando si parla di (o si usa) Internet oppure un normalissimo programma (Word su tutti). Nel primo caso, la ricerca può assumere contorni misticheggianti, come se soltanto pochi eletti avessero accesso al codice dell’oracolo-Google ed esso si rifiutasse di rispondere ai neofiti, escludendoli dunque dalla conoscenza suprema. L’idea che magari sia necessario pensare alle chiavi di ricerca, guardare con occhio critico i risultati, provare a rielaborare la richiesta non li sfiora nemmeno. Se il primo risultato non è la traduzione della frase bastarda, allora partono un sospiro e la frase: “Mah, non è mica vero che su Internet si trova tutto”.
Con Word, invece, scatta la “modalità Lourdes”. Il testo ricevuto (corpo 22, interlinea 4, margini 9 cm) non viene toccato, quasi si avesse paura di corrompere Santa Formattazione con la propria bassa umanità. A nulla serve far notare che quel testo, così impostato, si distende su ben 1074 pagine ed è di lettura piuttosto difficoltosa. A nulla serve segnalare che la barra degli strumenti (bella e intoccata come Mamma Microsoft l’ha fatta) può essere adattata alle proprie umili necessità. Anche qui, è come se si aspettasse l’intervento di qualcuno in grado di leggere nel pensiero e di adattare il testo ai propri desideri. In grado di tradurti l’intera versione.
E adesso capirete perché ieri, quando, nel giro di pochi minuti, prima mi hanno chiesto: “Tu che sei brava a trovare le cose su Internet…” e poi mi hanno bloccato la stampante centrale con un documento di 868 pagine che poteva essere ridotto almeno della metà, capirete perché ieri, insomma, mi sono gonfiata come un tacchino e mi è uscito un minaccioso sbuffo di fumo verde dalle orecchie. E non sarà l’ultima volta.

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26

09 2008

Sei-cento-quaranta-tre

Come dicevo qualche giorno fa, questo blog ha compiuto un anno.
Nato sotto la stella “Chissà cosa viene fuori”, costantemente sotto l’influsso del pianeta “E adesso cosa gli racconto?” in trigono con “Ma a chi vuoi che freghi”, ha vissuto nella sua piccola culla, curato e vezzeggiato da una serie di visitatori intelligenti, spiritosi e benevoli.
E adesso cosa mi scopro?
Che ai Macchianera Blog Awards ha ricevuto, nella fase finale, ben 643 voti.
La stupefazione è autentica. La gratitudine pure.
Però, ora, come ha avuto modo di dire l’ovvio e sacrosanto vincitore “se [io e lui] mettiamo insieme i voti, abbiamo la maggioranza assoluta e controlliamo il mercato”.
Sapevàtelo.

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19

09 2008

Le scarpe di Topolino

Benché qualcuno mi abbia decisamente battuto sul tempo (e lo stia facendo molta più classe di me), è da un po’ che anch’io volevo parlare di Wikipedia o, meglio, del rapporto che noi delle CE intratteniamo con essa. Lasciando perdere qualsiasi polemica (“Sei affidabile? Ma quanto sei affidabile? Hai quell’informazione? Ma quanto ne hai, di quell’informazione?”), bisogna avere il coraggio di dire la verità: Wikipedia per noi è un autentico pericolo. Prova a convincere il passante casuale che stai consultando la voce Bondage perché il romanzo che stai leggendo descrive una pratica così bizzarra che devi verificare se sia vera o inventata. Persuadine un altro che hai aperto la pagina su Topolino perché l’autore scrive che il topo ha le scarpe gialle e tu non ricordi se sia vero. Cancella il sorrisetto furbo dalla faccia del terzo perché ti becca mentre stai guardando la voce Maldive, da te aperta per capire cosa diamine sia la lingua divehi. E così via.
Il secondo pericolo è l’ipercorrettismo spinto. Un tempo, le verifiche sul bondage, su Topolino e sulla lingua divehi erano affidate all’onestà dello scrittore o, eventualmente, ai libri e agli amici del revisore. Adesso, invece, (quasi) tutto è automaticamente verificabile, quindi finisci per incaponirti su problemi che, in passato, affrontavi con più disinvoltura. Perché la pratica descritta dal primo autore corrisponde in linea di massima alla descrizione riportata, però non è esattamente così. Perché sì, Topolino ha le scarpe gialle, ma l’autore sta parlando di The Karnival Kid, un corto del 1929 in bianco e nero. Perché hai capito cos’è la lingua divehi, però la sua trascrizione non è proprio una passeggiata.
E ovviamente, nel preciso istante in cui hai davanti una pagina in divehi in cui si vede Topolino (senza scarpe) legato a un palo della luce mentre Minnie lo frusta, ti arriva alle spalle l’amministratore delegato ed esclama: “Allora, di quale futuro bestseller ti stai occupando?”
E allora non ti resta che aprire Wikipedia per capire se la parola “futuro” ha ancora un senso applicabile alla tua presente condizione.

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30

07 2008

L’ultimo miglio

Mi sono scagliata spesso contro le traduzioni disordinate, superficiali, approssimative. In quel caso, ci si rimbocca le maniche e si scava faticosamente per far emergere qualcosa di comprensibile. Ma ci sono traduzioni forse ancora più infide: quelle che, per dir così, non coprono l’ultimo miglio. E risultano ugualmente faticose. Per esempio, sappiamo bene che l’inglese abbonda di possessivi. Ora, mettiamo che un romanzo sia basato sulle vicende intrecciate di più famiglie: l’uso costante di “sua madre” “suo padre” “sua zia” rischia di generare una confusione indicibile. Non ci vuole molto: basta centellinare i possessivi, usarli solo se necessari. Invece no. Buttati lì, l’uno sull’altro, finiscono per uccidere la storia. Per non parlare dell’uso – sempre anglosassone – di alternare un po’ a casaccio il nome di battesimo al cognome. Per pagine e pagine, un certo personaggio viene chiamato Paul. Poi, d’un tratto, da pagina 72 a pagina 123 diventa Smith. Per tornare Paul subito dopo e fino alla fine. Non è più semplice e logico per il traduttore adottare una forma e seguirla?
E così, sull’ultimo miglio, talvolta consumo l’intera dotazione di parolacce della giornata.

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21

07 2008

Title-time

I numeri…
“No, c’è già quell’altro.”
“Appunto: tira.”
“Appunto: copia.”
“Uh, quante storie! Non c’ha mica il copyright!”
“E poi non mi piace.”
“Be’, allora… I sogni di…”
Sogno porta sfiga.”
“E da quando?”
“Da quando l’abbiamo usato per il libro di Robby Robbs”
“Quello che ha le vendite con il segno negativo?”
“Sì, tornano indietro più copie di quante ne siano andate fuori.”
“Ma il titolo originale?”
“No.”
“Brutto? Intraducibile?”
“Peggio. E’ uguale a quello di due libri già usciti.”
“Con lo stesso travolgente successo di Robby Robbs?”
“Più o meno.”
“Senti, ma come si chiama la protagonista?”
“Hmmm… Luana Frederickburg.”
“E allora chiamiamolo I gioielli di Luana.”
“Sì, e come sottotitolo mettiamo ‘Tutta bona e tutta tana’. Dai, ci vuole qualcosa di più raffinato, evocativo…”
“Hai chiesto alla traduttrice se ha qualche suggerimento?”
“No, caspita, l’ho dimenticato! Lo faccio subito!”
“Così, se il libro va male, possiamo sempre dire che il titolo era sbagliato per colpa sua.”
“Mi sembra un’idea geniale.”

Ci sono momenti in cui emerge la parte peggiore degli individui: il Title-time è uno di questi.
P.S. Ecco il post di ThePetunias’ segnalato da Zia Bisbetica nei commenti. Come sempre, merita assai.

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17

07 2008

E invece non posso scriverlo

Gentile XYZ,
sto per dirti una cosa crudele, lo so, ma lo faccio per il tuo bene. Se non hai proprio niente – né una forma né uno stile né uno scopo né un senso purchessia – non dovresti accanirti. Ti fai del male. Fai del male a te e agli altri. Ma, credimi, soprattutto fai del male a te stesso. Perché finisci per crederti un genio in attesa di una lampada, a sua volta in attesa di essere sfregata (e, invece, nei casi più tristi, sarai tu a essere fregato). Non buttar via così le speranze (perché ne hai, vero?). Vivile in un’altra dimensione, anche onirica, magari. O fai delle foto, allenati per correre la maratona, vai in moto, impara a cucinare. Oppure ruba la grammatica di tuo figlio e, di notte, mentre lui dorme, scopri il magico mondo delle proposizioni relative o addirittura emozionati davanti all’inattesa (per te) armonia della consecutio temporum.
Però, ti prego, non scrivere. Mai più.
Senza rancore,
Catriona Potts

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08

07 2008

Biciclette o cubi

Scrivere una bandella è quasi come andare in bicicletta.
Nel senso che più ci vai (più scrivi) e più ti viene facile.
Ma in bicicletta tutti, prima o poi, riescono ad andarci. Scrivere bandelle, invece, non riesce proprio a tutti. Senza contare che, ogni volta, bisogna scoprire dove sono i pedali e come si usano, cioè come e cosa scrivere.
Negli anni, ho letto bandelle così assurde da rasentare il grottesco: rivelazioni inopinate (“E, nell’ultima pagina, il protagonista muore…”), scivoloni recensoriali (“L’autore si sforza di essere vivace e, in alcuni punti, ci riesce…”), contorsioni pseudo-letterarie (“L’organicità semantico-strutturale del romanzo si connota di elementi pre-avulsi…”), eccetera eccetera.
Prima di mettervi a ridere, però, provateci. Salite in bicicletta… cioè scegliete un romanzo (con la narrativa è un po’ più facile), uno qualsiasi, dal classico più classico a quello che oggi è in testa alle classifiche. Ecco, adesso, in 1500-2000 battute al massimo, provate a raccontare la trama (ma non troppo, sennò il lettore si irrita), a descrivere i personaggi (mica tutti, sennò vi viene fuori un lenzuolo), a definire l’atmosfera, lo stile, il genere, la forma. Tutto ciò cercando di convincere – con eleganza – il potenziale lettore di avere in mano esattamente il romanzo che stava cercando.
Ecco, sì, così… no… no… frena, frena, frena!!
Talvolta mi piace pensarla così: la bandella è un cubo di Rubik che tu risolvi per il lettore. Gliela mostri per qualche istante, ordinata, coerente, armoniosa, e poi la ri-scombini, lasciando a lui il piacere di risolverla di nuovo. Leggendo il libro.
Comunque, biciclette o cubi, rimane una faticaccia.

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03

07 2008

A chi vuoi più bene?

Di solito, accetto con buona grazia le critiche sui miei libri.
No, non è vero. Mi irrito profondamente. Però fingo. Perché anche questo particolare “scambio sociale” ha le sue regole, le sue forme, i suoi balletti. Come li hanno tutti gli “scambi sociali”.
Ecco perché non sopporto l’aggressione. La persona che non sa neppure come ti chiami e che inizia la conversazione dicendo: “Ah, lei è della CE XYZ? Allora, senta, a pagina 634 di Feromoni per un delitto c’è un “sé” senza accento. E’ un vero scandalo! Non bastano i calciatori e le ballerine a far scempio della lingua italiana, eh? Adesso ci si mettono pure gli scrittori! Per non parlare delle CE!” E via cantando sulle note di “Ai miei tempi…” “Non c’è più attenzione (stile, cura…)” “Adesso scrivono cani e porci, soprattutto porci” eccetera.
Come reagisco? Ovvio, mi scuso. Anche se penso quel “sé” senza accento sia seguito da “stesso”, quindi perfettamente autorizzato a non averlo, l’accento. (Verifica: è proprio così.)
Ecco perché, talvolta, noi delle CE vogliamo più bene ai libri che alle persone.

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30

06 2008

Picture yourself on a train…

“Così l’hai preso tu, quello grosso.”
“Eh, lo so, per essere grosso è grosso. Ma sai che soddisfazione prenderlo.”
“Lo volevano tutti.”
“Anche Marcello?”
“Era disposto a fare qualsiasi cosa per prenderlo.”
“Però adesso si tratta di farlo uscire.”
“Mah, non ho mica fretta. Lo tengo lì per un po’.”
“Certo, se fosse un po’ più piccolo…”
“Ma è il suo bello, essere grosso!”

Certo, il vero soggetto sarebbe un libro “conquistato” da poco.
Ma gli altri passeggeri del treno non lo saprebbero mai.
Prima o poi trovo una complice e lo faccio.

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26

06 2008

T for Trash (and Thesaurus)

Elyse: Alex, porta fuori la spazzatura.
Alex: No.
Elyse: Perché?
Alex: Perché ormai ho tratto tutto il possibile da quell’esperienza.

(Casa Keaton, 1982-1989, citato a memoria)

La battuta – pensateci – è davvero notevole, utilissima per svicolare con eleganza e ironia da quei compiti ripetitivi che spesso ci impongono (e che poi ci accolliamo lo stesso, ovvio, ma con che classe!).
Ecco: oggi è la battuta che mi rappresenta meglio. La sensazione prevalente è quella di aver tratto tutto il possibile dall’esperienza di emendare, correggere, sistemare, perfezionare, arricchire, raddrizzare, cassare, spostare, semplificare, migliorare, ritoccare, limare, variare, eccetera, eccetera.
Ovvio che continuerò a farlo.
Ma, dannazione, è possibile che un traduttore non si accorga che esistono vari sinonimi – peraltro credo comunemente accettati – del verbo “fare”? Che “bambino” e “ragazzo” non sono due termini intercambiabili? Che i suggerimenti di Word vanno interpretati con un po’ di raziocinio?
Va be’, ridiamoci su:

Monica: It doesn’t make any sense.
Joey: Of course it does. It’s smart! I used a thesaurus!
Chandler: On every word?
Joey: Yep.
Monica: All right, what was this sentence, originally?
Joey: Oh. “They’re warm, nice people with big hearts.”
Chandler: And that became, “They’re humid, pre-possessing homosapiens with full-sized aortic pumps?”

(Friends, 1994-2004, stagione 10, episodio 5)

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05

06 2008

Transforming rats in translation

At the Words without Borders weblog Arnon Grunberg describes his experiences at Dutch Translation Workshops in Italy — highlighting yet more translation issues:
In Naples the students pointed out a sentence in my second novel Silent Extras. In this sentence I use the word “rat” three times.
My Italian translator translated the first “rat” with “rat,” the second “rat” with “mouse” and the third “rat” with “small mouse.”
The students explained that word repetition in the Italian language is problematic; according to some students it is something that cannot be done in the written language.
On the one hand, I respect the choices my Italian translator made. On the other hand, it is puzzling how a rat can become a small mouse in the space of one sentence.

Mah, forse non ha tutti i torti…
(via the Literary Salon)

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17

05 2008

Pensaci

“A person who publishes a book willfully appears before the populace with his pants down…. If it is a good book nothing can hurt him. If it is a bad book nothing can help him.”

Edna St. Vincent Millay

“Writing is like getting married. One should never commit oneself until one is amazed at one’s luck.”

Iris Murdoch

“When you publish a book, it’s the world’s book. The world edits it.”

Philip Roth

No, così, tanto per far riflettere prima di mettere il francobollo sulla busta o premere send.

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14

05 2008

Il verbo è “allegare”

“Vi annetto il mio manoscritto…”
“Qui in calce il mio romanzo…”
“Associo a questa mail il mio saggio…”
“Unisco alla Presente (sic!) la mia proposta di romanzo…”
“Connetto il mio testo a questa email…”

Oggi, su un importante quotidiano, leggo: “La frase che si scrive deve avere insomma un suo ritmo, una sua agilità, come il fraseggio di un grande compositore musicale; deve avere un’anima, deve vibrare.” E si parla di articoli di giornale, non di letteratura. E si parla di un corso che dovrebbe insegnare a scrivere. E allora un po’ mi irrito: dove caspita trovo l’anima se non so neppure riconoscere la forma, usare la singola parola?
Ma si sa: illudere la gente è sempre un ottimo modo per tenerla quieta.

Nota di servizio. Sì, ho cambiato le mensole e tinteggiato le pareti per rendere tutto più semplice e lineare. A poco a poco sistemerò pure i dettagli.

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16

04 2008

Perché non è andato?

Piccolo florilegio di giustificazioni sul cattivo andamento di un libro.

La copertina è brutta.
La copertina è bella, ma non dice niente.
La copertina è bella, ma non si capisce.
Il titolo è brutto.
Il titolo è bello, ma non c’entra niente con il libro.
Il titolo è troppo esplicito.
Il titolo è troppo criptico.
Il titolo è troppo lungo.
Il titolo è troppo piccolo.
Il titolo non si capisce.
La frase di copertina non dice niente.
La frase di copertina è troppo piccola.
La frase di copertina dice troppo.
L’autore è sconosciuto, e il suo nome è troppo grande.
L’autore lo conoscono tutti, e il suo nome è troppo piccolo.
Non si capisce la differenza tra il titolo e l’autore.
La bandella è confusa.
La bandella è troppo lunga.
La bandella è troppo sintetica.
La bandella è scritta bene, ma fa capire troppo.
La bandella è scritta bene, ma fa capire poco.
La biografia dell’autore è poco interessante.
La biografia dell’autore è troppo interessante e distrae.
Si capisce che anche all’estero ha venduto poco.
Si capisce che all’estero ha venduto molto, ma non è piaciuto.
Il prezzo è troppo alto.
Il prezzo è troppo basso.
Il prezzo è giusto, ma il libro doveva costare di meno.
Il prezzo è giusto, ma il libro doveva costare di più.
La traduzione è brutta.
La traduzione è bella, ma difficile.
Il tema è vecchio.
Il tema è troppo nuovo.
Il tema è lo stesso di quell’altro libro che è andato male.
Il tema è diverso da quello del libro che è andato male, però per la gente era lo stesso.

Ma soprattutto:

E’ uscito nel momento sbagliato.

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18

02 2008

Ditemi di sì

La prossima volta che, in un curriculum, trovo una frase del tipo “sono in grado di interfacciarmi con ogni aspetto del lavoro” o “in passato mi sono interfacciato con varie realtà operative” posso mollare uno schiaffone su quella (inter)faccia?

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15

02 2008

Giuro

Il primo che, in mia presenza, riferendosi alle elezioni, le chiama election day lo picchio con la Treccani (volume dopo volume dopo volume dopo volume…)

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07

02 2008

Profezia

Ieri mi sono convinta che, prima o poi, ci conquisteranno. Con sublime indifferenza calpesteranno ogni nostra residua dignità linguistica. Parleranno un pidgin englitalian forse neppure a loro completamente comprensibile. Eppure si capiranno, almeno tra loro. Oppure faranno soltanto finta di capirsi e tireranno avanti.
Perché loro hanno i razzi terra-aria-acqua-fuoco e noi abbiamo l’arco e le frecce.
Perché loro sono i comunicatori.
Perché loro sono i signori del marketing.
E parlano così:

“Bisogna incentivare il prodotto con battuta di cassa molto alta.”
“Ci hanno costretto a tardivizzare l’uscita.”
“E’ un prodotto da gamma impulso.”
“Perché il bambino è emozionabile e il papà si scoccia.”
“Le cose si definiranno in un rapporto one-to-one.”
“Questa sagra [saga (n.d.r)] ha un grosso appeal.”
“La chiave sta nel creare un evento certamente notiziabile.”

Resistance is futile.
O come forse direbbero loro: “Contrastare un trend stabilito impatterebbe in maniera indifferently sulla reportistica di vendita.”

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06

02 2008

E compralo, ’sto dizionario!

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muffe.jpg

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(via The List Universe; per la precisione qui e qui)

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02

02 2008